Il primo passo

Consiste nel controllo dei contributi versati, per evitare di scoprire un buco contributivo che anni dopo si rischia di non riuscire più a riscuotere. Per chi ha svolto attività lavorative differenti con contributi presso diversi enti previdenziali, è fondamentale poter utilizzare le forme di ricongiunzione e di totalizzazione dei versamenti effettuati, razionalizzando così il proprio profilo contributivo. Molto utile, soprattutto ai più giovani, il riscatto degli anni di laurea che permette di aumentare il montante contributivo e farlo “fruttare” per un lungo numero di anni fino alla pensione.

Il secondo passo

Una volta razionalizzata e rafforzata la propria posizione previdenziale, è possibile passare al secondo step, ossia l’”analisi dei bisogni”. Occorre innanzitutto avere una stima, la più attendibile possibile, della propria pensione futura utilizzando le modalità spiegate in precedenza attraverso la cosiddetta “busta arancione”. È particolarmente utile effettuare qualche elaborazione per verificare l’effetto che fa modificare alcuni dei fattori in gioco (retribuzione, buchi contributivi, data del pensionamento e Pil). Tutto questo per capire quanto andremo a percepire in termini di reddito ma soprattutto in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio (tasso di sostituzione). Sapere che il nostro reddito si ridurrà del 20, oppure del 40 o anche del 60% ci pone di fronte scenari molto differenti, da affrontare in modo conseguente.

Il terzo passo

Consiste nell’identificare quanto versare al proprio fondo pensione, in relazione sia alle nostre disponibilità economiche, sia alla rendita cui intendiamo puntare. Da ricordare che in linea di principio prima si aderisce e meno si può versare. Chi invece decide più tardi per ottenere lo stesso risultato dovrà versare più denaro.

Questa la struttura della contribuzione: I lavoratori dipendenti privati possono versare al proprio fondo pensione un contributo volontario che, in questo caso, impegna il datore di lavoro a versare un contributo detto “datoriale”, secondo quanto previsto dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Inoltre possono anche contribuire con il proprio trattamento futuro di fine rapporto (T.f.r.). diverso è il caso dei lavoratori autonomi e dipendenti pubblici, per i quali la loro contribuzione al fondo pensione sarà tutta volontaria.

Ma quanto è necessario versare al proprio fondo pensione ? Ovviamente non esiste una risposta valida per tutti, vista la varietà di posizioni individuali e il numero di fattori in gioco nella costruzione sia del primo che del secondo pilastro previdenziale. Diversi esperti, tuttavia, suggeriscono di destinare al proprio fondo pensione il 10% della retribuzione lorda, per incassare in prospettiva una rendita vicina a quella adeguata. Una quota orientativa che è possibile affinare nel tempo.

Il quarto passo

Consiste nello scegliere il “grado di rischio” più consono alle nostre esigenze. Ogni fondo pensione, infatti, mette a disposizione una pluralità di comparti differenti. Ci sono quelli di composizione azionaria e obbligazionaria, cui si aggiunge sempre una linea a rendimento garantito. Questa garanzia, però,  scatta al sopraggiungere di una serie di eventi (pensionamento, premorienza, invalidità e inoccupazione per 48 mesi).

Noi Italiani culturalmente siamo portati ad associare un valore come la pensione a qualcosa di garantito. Tuttavia molti esperti sottolineano che il grado di rischio debba variare in base all’età dell’iscritto. Calcoli alla mano, il meccanismo del lifecycle (ciclo di vita) indica che i giovani abbiano maggior convenienza se optano per comparti ad alto contenuto azionario e con l’avanzare dell’età si trasferiscano in comparti a minor rischio. Infine posizionarsi negli ultimi anni prima del pensionamento sul comparto garantito. In questo modo si consolidano i rendimenti ottenuti nei decenni precedenti e si punta a minimizzare il rischio di mercato. Da segnalare che il passaggio periodico da un comparto all’altro può chiaramente avvenire in modo attivo da parte dell’iscritto, ma molti fondi utilizzano un meccanismo semi-automatico, che sollecita l’iscritto a compiere la scelta considerata ottimale, offrendogli la possibilità di rimandare (o anticipare) il passaggio.

Quinto passo

C’è poi il tema delle anticipazioni, che consideriamo come quinto passo ma che è utile durante tutto il periodo di adesione al fondo. E’ infatti possibile ottenere denaro in prestito dal proprio “conto previdenziale”, senza l’obbligo di doverselo restituire. I casi previsti sono: spese sanitarie, fino al 75% del montante accumulato fino a quel momento, acquisto o ristrutturazione della prima casa, fino al 75% del montante e dopo 8 anni d’iscrizione, per “altre motivazioni” cioè senza doverlo giustificare, fino al 30% del montante e sempre dopo 8 anni di adesione.

Il sesto passo

E’ in realtà parallelo a tutta la durata dell’adesione.

I fondi pensione sono incentivati fiscalmente ed è possibile dedurre dal proprio reddito imponibile i contributi volontari (non il Tfr) e quelli versati versati dal datore di lavoro al dipendente fino a 5164,57 euro l’anno. Anche nella fase del pensionamento la fiscalità è agevolata poiché l’aliquota sul montante accumulato (esclusa la parte dei rendimenti finanziari che sono tassati anno per anno al 20%) è del 15% e cala fino al 9% per lunghe adesioni.

Il settimo passo

Occupiamoci ora del monitoraggio della propria posizione che è opportuno compiere periodicamente. Ogni quanto ? Non ci sono indicazioni standard. Per la pensione di primo pilastro un controllo annuo può essere sufficiente (per situazioni non complesse), mentre per un fondo pensione può essere utile ogni trimestre e in caso operare correzioni di rotta.

L’ottavo passo

Riconsiderare alcune possibili scelte, in capo all’aderente o no: dall’anticipazione del pensionamento, al suo procrastinamento, alla continuazione del versamento al fondo pensione dopo la quiescenza.

Il nono passo

Al pensionamento  ci troviamo di fronte a tre possibilità.

  1. percepire periodicamente una rendita vitalizia.
  2. incassare in contanti non più di metà del montante accumulato.
  3. incassare tutto in forma di capitale.

Quest’ultima circostanza è consentita ai lavoratori che abbiano accumulato un montante particolarmente basso, la cui “traduzione” in forma di rendita produrrebbe pensioni di secondo pilastro molto basse. Sotto quale soglia scatta questa possibilità? Nel caso in cui l’importo della rendita annua vitalizia derivante dalla conversione del 70% del montante finale sia inferiore al 50% dell’assegno sociale (per il 2016 l’importo annuo è pari a euro 5.824,91, ovvero 448,07 per 13 mensilità. All’incirca, la soglia limite di montante per poter accedere a ottenere tutto in forma di capitale è poco sotto gli 80mila euro.

Il decimo passo

Tra le rendite possiamo quindi scegliere la tipologia più idonea alle nostre necessità. Le principali sono:

  1. quella vitalizia diretta.
  2. quella reversibile.
  3. la pensione “certa” per 5 o 10 anni, ossia una rendita fissa per un periodo predeterminato. A questa rendita seguirà una parametrata in base al montante dei contributi versati.
  4. Infine una rendita “contro assicurata”, che prevede l’erogazione di una rendita vitalizia. Questa, in caso di decesso dell’aderente prima della totale traduzione in rendita dei contributi versati, versa ai beneficiari il denaro rimanente. Ciascuna forma diversa da quella vitalizia diretta è in varia misura “penalizzata”, in quanto concede a ciascun pensionato un “vantaggio” di varia natura. Da ricordare che il pensionando può chiedere la pensione complementare nel caso in cui abbia maturato i requisiti di accesso alla pensione pubblica, con almeno cinque anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.