Euforia e panico bruciano il capitale

“Il principale problema di un investitore, forse il suo peggior nemico, è probabilmente l’investitore stesso”. E’ stato Benjamin Graham, uno dei più grandi investitori di tutti i tempi, a pronunciare questa frase che appare ancora attuale. Infatti la maggior parte degli investitori finisce con il peggiorare i rendimenti dei propri investimenti a causa di scelte infelici sui tempi di entrata ed uscita dal mercato.

La società Usa di ricerca Dalbar pubblica ogni anno un analisi dei rendimenti realmente ottenuti dai sottoscrittori di fondi comuni rispetto alle performance realizzate dai prodotti. Le differenze sono rilevanti, su alcuni orizzonti temporali e per talune categorie di fondi, la performance realizzata dai sottoscrittori è meno della metà della performance media registrata dai fondi. Gli investitori agiscono guidati spesso da sentimenti estremi: in preda al panico vendono quando i mercati crollano o sono ormai crollati, acquistano azioni dopo un forte rialzo, magari ai prezzi massimi, per il timore di essere gli unici a non approfittare di una borsa che sembra diventata il listino del paese di Bengodi.

La maggior parte degli investitori non agisce necessariamente in maniera razionale e non considera correttamente tutte le informazioni a disposizione. Dunque incorre in una serie di errori cognitivi e di comportamento che sono oggetto di studio e misurati con test scientifici da una branca della psicologia, denominata finanza comportamentale.

L’atteggiamento dell’investitore

L’elenco è lungo e non si fatica a riconoscersi in molti dei comportamenti errati che assumiamo anche in altri aspetti della nostra vita. Tendiamo, ad esempio, a considerare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni, mentre grazie al “senno di poi”, siamo in grado di criticare, ma a posteriori, la scelta d’investimento suggerita dall’addetto di sportello o dal consulente, più o meno quello che facciamo il lunedì mattina commentando risultati e prestazioni del fine settimana calcistico.

L’eccessiva fiducia nelle nostre capacità di previsione può spingerci a ritenerci in grado di anticipare le mosse del mercato. Molti investitori mostrano poi una preferenza a vendere le azioni che stanno aumentando di valore e mantenere in portafoglio quelle che lo stanno perdendo. Tra le motivazioni di quest’ultimo comportamento ben poco razionale c’è il fatto che il dispiacere che si prova nel perdere una somma di denaro è superiore al piacere che si prova nel guadagnare una somma di analogo importo.

I mercati nel lungo periodo

Gli investitori non sempre compiono scelte razionali e non dovrebbero lasciarsi prendere dal panico nei momenti di crisi. La prima raccomandazione è approcciare gli investimenti con la giusta prospettiva. Conta il “prezzo” a cui si investe, come sottolineava nei suoi libri Benjamin Graham citato in apertura. Il modo da lui consigliato per sfruttare le ampie oscillazioni di prezzo dei mercati azionari è quello legato al “pricing”: ossia cercare di acquistare un titolo quando il suo prezzo di mercato è inferiore al suo “fair value”, cioè il suo prezzo teorico a valore intrinseco, e venderlo quando supera tale valore. Si preferisce così piuttosto che cercare di anticipare il mercato, fare “market timing”, comprare o mantenere i titoli quando si ritiene che l’andamento futuro dei corsi azionari sarà al rialzo e vendere o astenersi dal comprare quando le aspettative sono di un calo dei prezzi. Una strategia facile a dirsi, ma difficile da realizzare, come ha imparato a proprie spese un gran numero di risparmiatori.

Bisogna avere bene a mente che se si ha la sfortuna o la poca accortezza di investire l’intero capitale su un picco di mercato o al culmine di una bolla speculativa, condizione che si scopre solo a posteriori, i tempi di recupero dalle perdite possono essere anche molto lunghi.

Accettare i ribassi

Questo porta a una seconda considerazione: se si decide di investire e non di speculare in azioni, l’orizzonte temporale appropriato è il lungo periodo che abbraccia più cicli economici, ma bisogna accettare le inevitabili fasi di ribasso, anche se negli ultimi decenni si è ridotta la loro durata, ma è aumentata l’intensità.

Sul lungo e lunghissimo periodo i dati storici ci dicono che investire in azioni o titoli obbligazionari ha consentito di ottenere rendimenti reali, al netto cioè dell’inflazione, positivi. Nel primo caso perché l’andamento degli utili aziendali è stato tendenzialmente crescente, pur con flessioni nei periodi di recessione economica. Nel secondo caso perché le obbligazioni hanno beneficiato di un prolungato periodo di calo dei rendimenti che si è tradotto in un aumento dei loro prezzi di mercato, anche qui con fasi di temporanea inversione di tendenza. A seconda dei paesi e dei periodi, i rendimenti migliori sono stati ottenuti dall’investimento in azioni.

In conclusione c’è soprattutto un dato che emerge da queste analisi dei rendimenti reali di lungo periodo: rimanere liquidi o investire in titoli a breve termine, come i nostri Bot, non paga. Calcolati al netto dell’inflazione, i già ridotti rendimenti che offrono generalmente gli investimenti a basso rischio divengono ben poca cosa e molto frequentemente sono di segno negativo.